작품 상세

SOFFICI, Ardengo (1879-1964). Bellissimo insieme epistolare del grande pittore toscano: ben dieci lettere, tre cartoline postali e una cartolina illustrata autografe firmate (la cartolina illustrata, del 12 agosto 1934, è firmata altresì da tutti i suoi famigliari), tutte inviate al pittore Carlo BERTOCCHI. Comprese fra il 1933 e il 1942 (ma per lo più del '34), molte comprendenti anche le buste con indirizzo autografo, sono lettere quasi tutte distese (molte di quattro pagine 8° picc. carré) ed entrano ben presto nel vivo del dibattito estetico, nel quale Soffici - sia pure con posizioni ben distanti da quelle degli anni Dieci e primi anni Venti, quando si era trovato in perfetta sintonia con gli orientamenti dell'avanguardia europea e del rappel à l'ordre - espone dettagliatamente la sua idea di classicità. Per esempio nella lettera del 24 febbraio 1934: Le sono grato di quel che dice di bene della mia arte; ma creda ch'io la giudico per quel che vale, cioè per una cosa ben misera in confronto a quel che hanno fatto i nostri grandi predecessori italiani, e anche a quello che vorrei fare io. Ma si vive in un periodo ben meschino e scoraggiante: bisogna dunque contentarsi di non essere in tutto simili a tanti altri!! Riguardo alla situazione della critica, Soffici non ha motivo di nascondere una disillusione che ha tratti di cinismo: i critici sono irosamente insinceri perché corrono dietro ai profitti ed al pane. Ma già nella lettera del 28 novembre 1933 si leggeva: L'ambiente artistico e letterario presente è, in Italia, corrotto e stomachevole. Lei dice perché non si usano la granata e la frusta, Ma io l'ho fatto ai miei giorni: perché i giovani, loro più giovani di noi, non fanno oggi altrettanto, in pieno. Ognuno ha il suo compito nel proprio tempo. La gente ch'io dovrei frustare e gettare nella spazzatura, sono i miei compagni di strada fino a ieri, i miei colleghi, e questo per ch'io dovrei far la figura del traditore presso di loro. E il 25 giugno del '34: Del resto, ormai siamo arrivati ad un punto che l'arte, la pittura, l'estetica, nessuno ci può raccapezzare più nulla tanta è l'ignoranza, la grossolanità, l'imbecillità e la mala fede di quasi tutti quelli che si occupano sfacciatamente di critica. Verrà il tempo (ed è prossimo) in cui il mestiere d'artista parrà infamante come quello del ruffiano e del baro, e ci si vergognerà a dire che si è pittore, scrittore ecc. Un vero e proprio testamento anticipato del grande malpensante dell'arte italiana del Novecento. (14)